
C'è la depressione post parto, c'è quella post sbronza, quella post traumatica da stress, quella post operatoria, quella post divorzio, quella post feste di Natale, quella post laurea. Io ho quella post Londra, che ti colpisce quando la navetta ti lascia davanti alle porte degli Arrivals in un aeroporto italiano, che per quanto possa essere enorme e moderno e luccicante non sarà mai come anche il più scrauso aeroporto inglese. La questione si fa critica quando esci e vedi i tuoi genitori con un sorriso a 360° perché sai di dover fare lo stesso, fingendo che ti sia mancata la cucina di tua madre e i baffi di tuo padre. E ti sforzi di tenere questo finto sorriso abbastanza a lungo da convincerli, loro e gli altri genitori che sono in aeroporto ad aspettare i propri figli. In realtà nella tua testa ci sono solo immagini crude e devastanti della vita insensata in cui stai per tornare. E vorresti fermarti prima che ti abbraccino e ti sommergano di domande per poter fare marcia indietro, seminare gli agenti della sicurezza, sfondare la porta e correre all'impazzata sulla pista di decollo, dirigendoti verso il primo aereo Ryanair aperto. Ma ovviamente non hai le palle e quindi dopo un'oretta circa eccoti a fissare con sommo disgusto la tua camera mentre tua madre, abbandonata la modalità affettuositàdelgenitoreincrisiperlamancanzadelfiglio, già ti sbraita di svuotare la valigia perché deve fare la lavatrice. Allora apri la finestra sperando che il panorama sia quello di una tipica stradina inglese, con le case in mattoncini rossi e porte bianche e invece ti ritrovi le balle di fieno e il solito cane che abbaia alle mucche 24 ore su 24. Devi prendere aria e allora provi a uscire, ma le macchine viaggiano tutte nel senso opposto, il semaforo pedonale non suona, non c'è Starbucks, non c'è Pret a Manger, non c'è il piccolo negozio dei libri usati, non c'è il ristorante con le fiaccole accese anche di giorno, non c'è il negozio dei mantelli invisibili, non c'è Winkworth e non c'è più la meravigliosa Tube che ti scarrozza dove vuoi quando vuoi con chi vuoi. La Oyster Card è scomparsa e al suo posto c'è un orribile abbonamento Metrebus. Che nome insulso, che poi non ho mai capito perché non si chiami Metrobus. Ma si che lo so il perché. Perché non siamo a Londra e quindi tutto ha perso di senso e significato. Cerchi disperatamente un Tesco o un Sainsbury per comprare lo Starmix della Haribo, per affogare il tuo dispiacere o solo per il gusto di pagare alla cassa automatica. E invece sei circondato da GS e Carrefour, con le loro stupide caramelle salutari e con le loro cassiere grasse e perennemente incazzate. Decidi allora di farla finita con tutto questo e in preda a una febbre delirante ti ritrovi davanti allo sportello del bancomat perché vuoi svuotare tutta la carta e partire di nuovo. Ma ecco che la malefica macchina ti sputa banconote da 20 senza la faccia della regina e allora cacci un urlo così potente da far rabbrividire pure Tarzan. A mezzanotte sei a casa, con i tuoi che ti chiedono "dove sei stata???" e tu che li guardi senza più forze fisiche e mentali, pensando che a quest'ora probabilmente eri ancora in giro a Piccadilly Circus senza nessuno a cui rendere conto, abbandonandoti a Morfeo solo verso le 3 di notte. E allora rispondi "Sono solo le undici" ma poi capisci che non hai rimesso l'ora e finalmente cadi morto sul pavimento, che non è soffice perché non c'è la moquette come a Londra. Aggiungiamo a tutta questa bella roba che non hai neanche più il fidanzato ed ecco che il quadro è completo. Ma passiamo oltre.
Venerdì, dopo una visita veloce in Accademia me ne torno a casa, mi faccio una doccia, metto le ultime cose in valigia e poi vado in aeroporto. In fila al gate ci sono 4 coglioni inglesi, mezzi ubriachi di sicuro che si mettono in fila per la priority boarding urlando come matti. Ma in realtà hanno la carta d'imbarco normale e la hostess li invita a cambiare fila. E dove vuoi che si vadano ad infilare? Davanti a me. Avrei tanto voluto dirgli di andare a mettersi in coda alla fine ma grossi com'erano ho dovuto lasciar stare (tanto anche se erano nani non gliel'avrei detto). E poi puzzavano di birra. Uno schifo. Alle 7 e 35 sono in volo per Stansted. Vicino a me ci sono due signore romane che comprano decine di biglietti del gratta e vinci della Ryanair ma non capiscono un tubo d'inglese e quindi li buttano via. Magari avevano anche vinto. Cerco di dormire un po' ma con le luci accese, i continui discorsi incomprensibili del pilota, e leva la cintura e rimetti la cintura e le hostess che rompono il cavolo con la rubbish, con il loro menù del cavolo e con i tickets for London alla fine non chiudo occhio. Alle 9 e 20 atterriamo e come al solito attraverso un labirinto di scale mobili e tunnel. Al controllo passaporti becco il tizio più lento e flemmatico e dopo che si è squadrato la mia carta d'identità come se fosse la cosa più strana che avesse mai visto, sono finalmente entrata in UK. Accendo il cellulare e mi arriva un messaggio di G. che mi dice che non è potuto venire a prendermi e quindi devo cavarmela da sola. Divento bianca come il marmo, sto per rischiare l'infarto quando me ne arriva un altro dove dice che invece ce l'ha fatta. Meno male!
All'inizio non lo vedo, forse non sarà ancora arrivato e invece poi eccolo spuntare con il suo cappello e la sua sciarpa. E giù con le coccole, al diavolo le occhiatacce degli inglesi. Prendiamo i biglietti per l'autobus e lasciamo l'aeroporto. Passiamo per Liverpool Street, con tutti quegli edifici moderni e poi ecco lo Gerkhin, il cetriolo di Londra che fa un po' a cazzotti col resto del panorama. Poi il London Bridge, la London Eye, il Big Ben e tutto quel meraviglioso popò di roba tutto illuminato. Mi sento già euforica.
A mezzanotte siamo a Victoria, poi la metro ed eccomi di nuovo a Gloucester Road dopo 2 mesi. Ci fermiamo da Burger King per cenare e poi dritti al college. La camera non è quella dell'altra volta, sembrerebbe identica ma ci sono alcuni particolari che non quadrano, mancano un po' di cose ma in fondo chissenefrega. Il mattino dopo sveglia alle 9 e mezza e via di corsa a prendere la metro per Richmond, c'è la partita di rugby! Mi metto il cappello da giullare dell'Italia ma mi vergogno un po' così aspetto di arrivare a destinazione per indossarlo. C'è una marea di gente, chi vestito da antico romano chi con la faccia pitturata di bianco e rosso. In teoria dobbiamo prendere l'autobus che ci porta allo stadio ma non troviamo la fermata e così decidiamo di andare a piedi. Il quartiere è molto carino ma comincio a pensare che ci siamo persi perché la folla è scomparsa di colpo. A un certo punto incrociamo dei tifosi italiani e decido che dobbiamo seguirli ma G. mi obbliga a fare un'altra strada, io gli dico che mi sta portando nel nulla e lui si arrabbia perché non mi fido di lui. Alla fine arriviamo in un incrocio pieno zeppo di gente e sono costretta ad ammettere che forse forse aveva ragione lui (ma secondo me più che ragione è stata solo fortuna u.u). Ci mettiamo in coda fra i tifosi inglesi e io nascondo il cappello, tante volte mi volessero picchiare. C'è gente che fa il barbecue nel cortile di casa, offrendo un panino con salsiccia a 3£, chiamali stupidi! Finalmente arriviamo davanti lo stadio e ci dirigiamo verso il nostro gate. Come al solito mi controllano come se fossi una terrorista e poi mi fanno entrare. Una gentile signora della sicurezza ci indica il nostro posto e non appena ci sediamo mi accorgo che lo stadio è immenso. Ci sono i bimbi che giocano a rugby e la banda che suona (vedi G. quella si che è una banda..). Siamo circondati per lo più da italiani anche se dietro di noi c'è una fila di inglesi con il naso rosso che non smettono più di bere birra. Alle 14.30 lo stadio è strapieno e finalmente le squadre entrano in campo, naturalmente quando è il turno dell'Inghilterra si sente un boato assurdo e si accendono anche i fuochi, mi pare ovvio insomma. Poi ecco gli inni, prima quello italiano e poi quello inglese. Devo dire che mi è sempre piaciuto il nostro inno, il fatto che sia troppo allegro e non solenne come dicono alcuni per me è una sciocchezza e infatti lo canto a squarciagola insieme agli altri tifosi. God save the queen invece è così noioso, non mi piace per niente (qualche difetto ce lo dovranno pur avere sti inglesi). Inutile però stare a raccontarvi la partita, vi basti sapere che è stata imbarazzante. 59 a 13. Otto mete per loro una per noi, che poi non era neanche una meta come si deve. Per i primi 20 minuti abbiamo cercato di giocare ma poi è stato tutto un monologo inglese. E' vero nessuno si aspettava di vincere contro una squadra così forte ma almeno perdere con dignità santo cielo! Sembrava avessero il turbo ai piedi e ogni volta che provavamo a sfondare la loro difesa ci buttavano a terra (e ci salivano pure sopra) e addio sogni di gloria. Ma è stata comunque molto divertente. Sia perché non ero mai stata in uno stadio e sia perché non avevo mai visto una partita di rugby. Stanno sempre tutti per terra, ad ammazzarsi uno sopra l'altro. E' da morire dal ridere. G. invece l'ha presa molto più sul serio, era triste poverino e mi pure rimproverato perché dovevo regalargli un biglietto per Italia - Paesesconosciutomoltopiùschiappadinoi. Ma si può?
Dopo la partita ce ne andiamo a Coven Garden, anche se fa un freddo micidiale e c'è un bordello di gente. Dopo aver fatto un giro delle bancarelle ce ne torniamo a casa, anche perché ho un mal di pancia fortissimo. Per cena, mentre G. mi cucina le lasagne tanto per starsene leggeri, chiamo S. per chiedergli se ha un po' di thè al limone, anche se effettivamente non ha molto senso visto il piatto che avrei dovuto mangiare. E in più mi finisco pure la carbonara che era avanzata, appunto perché ho il mal di pancia. Sono molto coerente io. Devo dire che era buona anche se il sugo era un pochino troppo forte, ma era comunque buona. E poi mi piace così tanto quando G. mi cucina che avrei potuto mettere in cima alla lista del piatto più buono del mondo anche uno sfornato di cacca di panda e solo perché fatto da lui!
La mattina dopo ci alziamo di buon ora per fare una bella doccia calda e poi ci incamminiamo verso la stazione. Ci raggiunge S. che si è unito a noi per questa bella gita fuori porta a Stonehenge. All'anima del fuori porta. Due ore di viaggio in autobus, con i riscaldamenti a palla (loro due rimangono a maniche corte e a S addirittura si fonde il cellulare). Il paesaggio è un po' uno schifo ma finalmente ecco che vediamo qualche roccia spuntare da una distesa enorme di prato verde. L'autobus ci ferma all'entrata del sito e appena scendo una raffica di vento mi colpisce la faccia e quasi mi porta via. Piove e fa freddissimo. Direi che è l'atmosfera giusta visto che siamo qui, giusta ma molto fastidiosa. Ci danno le audioguide ma io sono davanti a una scelta difficile. Reggere l'ombrello e fare le foto o reggere l'ombrello e sentire la guida? Dopo vari tentativi decido che l'ombrello può anche andare a farsi benedire e mi frego il cappello di G. Lascio la guida a parlare da sola e mi dedico solo a fare le foto. Ne facciamo una sessantina, da tutte le angolazioni, da tutte le distanze, a colori, in bianco e nero, in seppia. Aspetto con ansia che la sindrome di Stendhal mi colpisca ma con quel tempo di merda non riesco a godermi per bene lo spettacolo. E così niente luci magiche, niente formicolii, niente trance. Ma è comunque tutto molto bello. Chissà cosa avrà detto il cervello a quelli che si sono incollati tutte quelle rocce e poi messe pure in cerchio. Secondo il mio non modestissimo parere si tratta certamente di un aeroporto alieno e sono abbastanza sicura che la pietra del tallone fosse stata scolpita prendendo a modello una murena ( perché ha veramente la faccia di una murena) verde e trasparente, proveniente chissà da quale parte dell'universo e che duemila anni prima di Cristo voleva conquistare la Gran Bretagna e impedire ai Beatles di cantare Obladi Oblada. Ad ogni modo, dopo esserci inzuppati per bene ce ne torniamo in pullman e mangiamo una buonissima baguette di Pret a Manger. Arriviamo a Victoria che già è buio e fa sempre più freddo. Prendiamo una pizza margherita da Sainsbury's e G. mi obbliga a metterci sopra il salame. Dopo poco arriva D. che si prepara uno strano riso con salsiccia. Parliamo un po' del viaggio che io e G. abbiamo fatto a Parigi e poi mi chiede se penso che tutti i francesi siano gay. Rimango un po' perplessa, quel deficiente di G. deve avergli sicuramente detto come la penso. Vorrei non dover rispondere ma poi mi chiede quale popolo potrebbe essere preso come rappresentante del mondo gay. Con una voce fievolissima rispondo "French" pensando di venir uccisa all'istante. Lui invece ride e poi si domanda perché i francesi odino gli italiani. Bè non è colpa nostra se non riescono a dire una erre come si deve! Dopo aver preso un po' in giro G. ( è sempre divertente, forse pure di più in inglese!) ce ne torniamo in camera, convinti di farci una bella doccia ristoratrice. Ma la stanchezza vince e addio doccia.
E' l'ultima sera a Londra e lo accuso parecchio, stavolta non per la città però. Ma così va il mondo e devo farmene una ragione. Dopo aver salutato S, G. mi accompagna a Stansted e poco dopo ci salutiamo. Che tristezza. Dopo una breve strizza quando mi fanno pesare la valigia sono sull'aereo. Davanti a me c'è una bimba, avrà avuto si e no un anno. Cerca di staccarmi un dito per quasi 2 ore e la cosa la diverte moltissimo. Per vendicarmi mi mangio un bel biscotto Walkers, che equivale a mangiare burro puro, e a lei viene subito l'acquolina in bocca. Cerca di afferrare il biscotto ma le dico che è il mio tessssoro e così si arrabbia e mi mette il muso. A questo punto è lei che si vendica e mi lancia un foglio di carta con una faccina disegnata. Lo apro e vedo che c'è scritto qualcosa a penna ma lo richiudo subito, non sono affari miei. Lo ridò al papà che nemmeno mi dice grazie, neanche mi guarda. La mamma continua a lanciarmi occhiate di fuoco ma io che colpa ho! Non mi piacciono i bambini, lo sa tutto il mondo..tranne lei.
Alle 19.10 siamo a Ciampino, il pilota o prende un cratere gigantesco sulla pista oppure perde una ruota dell'aereo, fatto sta che l'atterraggio è così orrendo che quasi sbatto la testa sul soffitto (ma si può chiamare un soffitto?). Il resto lo sapete già, sorrisi finti con il parentame, depressione e bla bla bla.
Eh. Benedetta pazienza.