Day 55

16:50 Pubblicato da Qwercy
Depressione post Londra.
Finalmente mercoledì è arrivato e sono partita, con la mia inseparabile valigia e la carta d'imbarco più bella che potessi avere. Sono arrivata in aeroporto un'ora e mezza prima, che è il tempo limite in cui riesco a non farmi prendere dall'ansia (sono fatta male lo so!). Ho passato i controlli che sembravo un giocoliere. Avevo il cappotto e la sciarpa in una mano e nell'altra la carta d'imbarco, i documenti, la bustina dei liquidi, la cinta e il cellulare. Mi hanno perquisito neanche fossi una terrorista. Ho aspettato un'oretta prima che il gate aprisse e non avevo niente per far passare il tempo, così mi sono messa seduta vicino a un ragazzo che dalla faccia poteva essere benissimo inglese. Se ne stava lì con un quaderno della BMW a disegnare piantine di stanze con un righello. Alcune annotazioni erano in inglese altre in italiano, fatto sta che aveva una calligrafia orribile, sembrava quella di un bambino che sta imparando a scrivere. Sono stata lì a farmi un film su questo tizio e alla fine sono giunta alla conclusione che era figlio di un italiano e di un'inglese divorziati e stava andando dalla madre. Sicuramente viveva con il padre (che vendeva BMW perché altrimenti non si spiegava la faccenda del quaderno) perché quando ha risposto al telefono parlava romano. Facciamo che studiava architettura va, anche se sembrava molto giovane per andare all'università. Ma del resto chissenefrega. Finalmente aprono il gate, mi fiondo a fare la fila e poi corro all'aereo. Come sempre tutti si mettono in coda per salire dalla parte anteriore, chissà perché poi (direi che la maggior parte della gente è idiota ma poi sembrerebbe che la misantropia di G. mi abbia ampiamente contagiata). Io me la rido e salgo dalla parte posteriore, completamente sgombra. Mi prendo il mio bel posticino vicino il finestrino, rigorosamente con l'ala, e aspetto che la mandria di pecore riesca a mettersi seduta. E' un'operazione che richiede sempre una cifra di tempo, soprattutto perché le femmine (che sono le più bradipe a salire a bordo) non trovano mai posto per le valigie e quindi si vanno a lamentare con le hostess. E quando le hostess gliele mettono dove trovano un buco libero si incazzano perché le vogliono vicino a dove sono sedute, così alla fine il comandante comincia a sbraitare in inglese e si parte sempre in ritardo. Vicino a me si siedono due ragazzi, uno biondo e brufoloso che assomigliava a L. ( ma solo perché era biondo) e un altro con dei lineamenti vagamente asiatici. La cosa buffa è che quello che assomigliava a L. non parlava come L. mentre l'altro che non assomigliava a L. parlava come L. Fatto sta che ho pensato, "Toh, sembra che sto viaggiando con L." Ma poi ho sentito i loro discorsi senza senso e ho pensato di nuovo "No, non sto viaggiando con L." ( penso un sacco io.)Visto che non mi ero portata nessun libro da leggere e non ho un mp3 da troppo tempo mi sono messa a guardare il paesaggio, anche se non c'era molto da guardare. Erano solo nuvole e dopo le Alpi non si è visto più niente. Ho cercato di dormire ma quei due non la smettevano di parlare e ogni tanto quando aprivo gli occhi mi ritrovavo il biondo a un cm dalla faccia che cercava di guardare dal finestrino. Poi all'improvviso mi è preso un mal di denti atroce e ho cominciato a sudare freddo, pensando che mi ero giocata i pochi giorni a Londra. Fortunatamente poi è passato. A metà viaggio il biondo si alza per andare al bagno e il suo amico comincia a canticchiare una stupida canzone, era pure stonato. Per farvi capire quanto era tardo il sosia di L. vi dico che invece di tornare a sedersi al suo posto se n'è andato in giro per la cabina, con un'aria da ebete, facendo avanti e indietro per ben 2 volte. Si era scordato dove era seduto. Ma come si fa??Il suo amico attacca a ridere e mi guarda, volendo farmi partecipe della divertente scenetta. Mi giro verso il finestrino, immaginandomi di aprirlo e di buttarmi di sotto. Quando siamo vicini a Gatwick ormai s'è fatto buio. L'asiatico esordisce " Ho visto una luce!", il biondo risponde " Cazzo è un lampo!", l'asiatico ribatte " Ma no forse è la luce dell'ala", il biondo contrattacca " No no è un lampo!", l'asiatico si arrende "Ah si è vero!Siamo in mezzo a una tempesta, adesso precipitiamo". Fatemi scendere vi prego. L'aeroporto è in mezzo alle fratte, si vedono tantissimi campi verdi con le pecore e le fattorie tipiche inglesi. Atterriamo e suona la musichetta della Ryanair. Tutti applaudono, pieni di gaudio.
Scendo dall'aereo, ignorando che mi aspetta un labirinto. Dopo essere stata schedata ai controlli mi fanno fare un giro lunghissimo, non so quante scale mobili ho preso, mi sembrava di girare in tondo. Finalmente l'agognato cartello "Nothing to declare" mi dice che sono arrivata, comincio a vedere dei negozi e un albero di natale. Cerco tra le persone che sono lì e lo vedo. G. in tutto il suo splendore che se la ride, non si sa perché. Mi ha detto che avrebbe voluto comprarmi dei fiori ma poi si era immaginato la scena di me che lo avrei preso in giro. Mi sarebbero piaciuti invece. Gli uomini non c'azzecano mai. Vabbè corro da lui e lo abbraccio come una cozza abbraccia il suo scoglio. Un abbraccio che è durato tantissimo. Che bello dopo quasi due mesi. Usciamo dall'aeroporto e andiamo a prendere il treno per Victoria, dove poi avremmo dovuto prendere la metro fino a Gloucester Road (da leggersi Glousta. Che buffi gli inglesi, se non devono pronunciare tutte le altre lettere che le scrivono a fare?). Capisco subito che qui le abitudini sono diverse, vicino a noi c'è un tizio mezzo sdentato che beve una birra di una marca mai vista e poi rutta allegramente, come se fosse la forma di educazione più alta. Sarà! Arriviamo a Victoria ed entro in possesso della mia Oyster Card che faccio strisciare allegramente ai tornelli della stazione. Mi accoglie quel "Mind the Gap" che 10 anni fa mi aveva tanto confusa, chissà cosa voleva dire. Arriviamo a Gloucester Road, una stazione piccina ma tanto carina, con l'entrata tipicamente english. G. mi fa strada per il quartiere, tra gli attraversamenti pedonali con scritto "Look Left" e le case con i portoni verdi e rossi. Passiamo una chiesa fichissima che farebbe diventare credente anche un ateo e poi arriviamo nella strada dei ricconi. Sono tutte case uguali, con le stesse entrate, le stesse porte, le stesse finestre, forse pure lo stesso sistema d'allarme. Una addirittura si accende quando passiamo. Hanno tutte delle colonne bianche con scritto gigantesco il numero civico e, non avendo le persiane, si può vedere qualche salotto o sala da pranzo. Parcheggiate solo BMW. Hai capito. Decido che un giorno una di queste case sarà mia (pare vero). Poi arriviamo a Evelyn Gardens, dove ci sono tutti edifici in mattoni rossi con le finestre bianche. Che meraviglia, già sono gasata. Entriamo nel dormitorio e prendiamo la chiave della mia camera. Mi danno anche la tessera per entrare (che non userò mai). La stanza è piccolina, con due letti a castello ma va bene così. G. mi fa vedere la sua, me la immaginavo diversa da come l'avevo vista su skype. Sembrava che dovesse cadere a pezzi da un momento all'altro! Per non parlare del disordine (lo scrivo perché so che a G. da un fastidio tremendo). Il suo compagno di stanza neanche c'era, mannaggia gli avrei detto volentieri di piantarla di spogliarsi davanti la telecamera. Chiamiamo la mamma di G. e poi andiamo a mangiare in cucina. La K26. Mi ricordo solo questo, il resto è un labirinto di scale e di porte che non riuscirei a imparare neanche se avessi una cartina a portata di mano. G. mi cucina penne con tonno e olive, in una padellina piccola piccola. Che carino che è quando è indaffarato tra i fornelli, facendo finta di essere un perfetto uomo di casa solo per far buona figura (dai su si scherza...). Mangiamo, io con forchetta e lui con cucchiaio, scolandoci un bel po' di una coca cola buona ma dal sapore diverso. Poi ce ne andiamo in stanza perché io sono un po' stanchina, come direbbe Forrest Gump. La prima notte a Londra passa così e non mi sembra quasi vero di essere lì con lui.
La mattina dopo ci alziamo tardi e facciamo colazione, nonostante gli omini delle pulizie ci sfrattino dalla cucina. Ancora non ho visto nessun amico di G, sono spariti tutti. Andiamo a cercare S. nella sua stanza ma il suo compagno Hoo ci dice che ha preso la sua roba e poi boh, non si capisce più quello che ci sta dicendo. G. dice ok ma in realtà non c'ha capito una mazza neanche lui. Comunque alla fine lo troviamo che sta facendo colazione nella common room. Ci salutiamo e mi dice che è tanto strano vedermi lì. Non dirlo a me! Poche parole e poi io e G. usciamo. Il programma prevede che G. vada alla sua lezione d'inglese e che io me ne vada a fare un giro a Hyde Park. Arriviamo al college, una figata di college altro che le nostre università. Un po' lo invidio, come lo invidio per un sacco di altre cose. Non è un'invidia di quelle cattive, non è una brutta bestia. E' più un "magari potessi farlo anche io ma sono felicissima che sia toccato a te". Mi spiega brevemente come arrivare al parco e il posto dove incontrarci. Ce la posso fare. Esco da una porta girevole e mi complimento per non essere andata a sbatterci contro. Passeggiare da sola in quelle strade è bellissimo, sembra come se abitassi veramente a Londra. Passo davanti a un edificio con delle statue di animali fatte da un certo Michele qualcosa e poi arrivo a un semaforo. Il parco è lì, devo solo attraversare ma c'è un boato di traffico e non c'è scritto nè look left nè look right. Entro in crisi, mi immagino spiaccicata sull'asfalto e nessuno che chiede giustizia perché sono io che ho guardato dalla parte sbagliata. Decido che è meglio aggirare l'ostacolo, ma più lo aggiro e più non ci sono attraversamenti. Seguo un tizio, o meglio, gli sto appiccicata e arrivo dall'altra parte sana e salva. Entro nel parco, c'è un monumento pacchianissimo, tutto d'oro. Sembra più di stare a Parigi. Gli faccio un po' di foto e poi vado a carcare gli scoiattoli. Ce ne sono tantissimi, stanno tutti lì a sommergere una bambina che gli sta dando da mangiare. Che carini, anche se hanno degli sguardi inquietanti, come se da un momento all'altro volessero saltarti addosso e azzannarti al collo. Quelli di Regent's Park non erano così. Faccio una foto a un albero storto e ai cartelli neri con le indicazioni. Uno dice Diana, Princess of Wales Memorial Playground e un altro Emergency Telephone. Bene, se mi perdo so dove chiamare. Poi mi ritrovo davanti a un non so che, una specie di specchio rettangolare. Che cosa ci sta a fare lì in mezzo non lo so. Cammino per questi sentieri pieni di foglie arancioni, con i cagnolini che corrono felici da una parte all'altra e inglesi che fanno jogging. Il cielo è grigio ma con i colori dell'autunno offre uno spettacolo meraviglioso. Mi immagino fra 10 anni venire qui  a rilassarmi quando stacco da lavoro. Immagino troppo e troppo in grande. Arrivo di fronte a una statua di un tizio a cavallo e un signore mi chiede di fargli una foto. Mi dice "Cool!" come se avessi fatto un'opera d'arte di foto. Un "you're welcome" e me ne vado verso il lago. C'è un cartello che dice di tenere stretti i cani ai guinzagli perché ci sono le anatre, in effetti il lago è bassissimo ed infatti c'è un cagnolino nero che si sta facendo il bagno mentre la padrona gli urla di uscire. Sull'altra sponda del lago c'è un altro specchio, a forma di cerchio stavolta e riflette le nuvole. Mi richiedo a cosa diavolo serve. Guardo l'ora ed è tardi, fra un po' esce G. dalla lezione. Mi incammino e stavolta ci sono un sacco di persone che stanno attraversando quella strada che mi aveva messo in crisi. Mi accodo e risparmio un bel po' di tempo. Rientro nel college e mi siedo su una panchina ad aspettare G. Non mi ero accorta che facesse così freddo, ma nel giro di 10 minuti sono congelata. Finalmente eccolo, si va a pranzo da Burger King. Parliamo delle stranezze inglesi e del fatto che si riconoscono dalle loro facce. E anche del modo assurdo in cui si vestono i giapponesi. Verso le 2 ce ne andiamo al Science Museum. Una fregatura di museo devo dire, non c'era niente di interessante. Ci mettiamo a giocare a un gioco dove dovevi rispondere a 5 domande sul risparmio dell'energia. Si fanno quasi subito le 4 e G. aveva un'altra lezione. Lo accompagno al college perché ha cominciato a piovere e poi me ne vado al Natural History Museum. C'è una pista per pattinare e una giostra per bambini. Comicia a farsi buio e con le luci è ancora tutto più bello. Entro nel museo, faccio vedere la mia borsa al tizio all'entrata, che nemmeno la guarda. Mi chiede solo se ho delle forbici. Non faccio in tempo a rispondere che mi dice di andare avanti. O fa un po' come te pare! Lo scheletro del
 diplodoco all'entrata mi da il benvenuto, è veramente enorme e l'interno del museo è bellissimo e solenne. Mi prendo una piantina. Ci sono 4 zone: l'arancione, la blu, la verde e la rossa.
Nell'arancione c'è poco di interesante così vado nella blu dove ci sono i dinosauri, gli anfibi, i rettili, i mammiferi e la biologia umana. C'è il solito T-Rex che muove la testa ed emette dei suoni spaventosi, ma proprio tanto spaventosi... Mi faccio strada tra i giapponesi fermi lì a fargli il servizio fotografico ed entro nell'ala del corpo umano. C'è la riproduzione di una cellula, dei globuli rossi, c'è qualche cosa da vedere al microscopio e un'inquietantissima riproduzione di un bambino in una pancia. Cioè la sala dove stava era la pancia e lui se ne stava lì attaccato alla parete col suo cordone ombelicale. Da far venire i brividi, aveva una testa enorme. Mi metto seduta davanti a uno schermo che mi dice di scegliere un'attività tra camminare, correre e non mi ricordo cos'altro. Scelgo correre. Compaiono 3 diagrammi. Uno segna il battito cardiaco, uno il livello di ossigeno, un altro il livello di acqua. Premo start ma non capisco che devo fare. Vedo le linee dei diagrammi avanzare e aspetto che compaia qualcosa. Mi dice che sono praticamente morta mentre correvo perchè avevo bisogno di acqua e di più ossigeno. Ma vai a cagare! Esco e me ne vado nella zona verde. Mi vedo un sacco di uccelli imbalsamati, costruisco il mio personale ragno, entro nella riproduzione di una cucina dove scopro che ci si annidano più insetti schifosi lì che in una giungla, confronto i cervelli dei vari ominidi, imparo il verso di una scimmia quando deve avvertire il branco che sta arrivando un ghepardo e faccio la foto a una sequoia gigante del Nevada, nata nel 557 e abbattuta nel 1892 da nove uomini che ci impiegarono 12 giorni. Infine la zona rossa, con i vari laboratori e una scala mobile che ti porta dentro la terra.
Alle 6 sono seduta su un divano del dipartimento di ingegneria elettronica, guardando il notiziario della BBC. Si avvicina un ragazzo asiatico che mi chiede qualcosa di incomprensibile, gli dico serenamente che non parlo inglese. Capisco poi che mi aveva chiesto se potevo strisciare la mia tessera per far aprire la porta automatica che ogni tanto si impalla. Ho fatto bene a mentire. G. e S. arrivano mentre sono sommersa da una ventina di persone, tra giapponesi, cinesi, coreani, singaporegni e chissà chi altro. S. se ne va a una cena di fisici mentre io e G. ce ne torniamo in stanza. Mi infilo le ciabatte perché le adidas mi hanno ucciso i piedi e poi via in cucina a mangiare un po' di ciccia. Ed il secondo giorno se ne va.
La mattina dopo G. avrebbe dovuto alzarsi presto per andare a un'altra lezione ma gli ho fatto troppa pena. In fondo io sono venuta a trovarlo e lui mi abbandona. Così ci rilassiamo per tutta la mattina e poi andiamo a mangiare una carbonara nella cucina di S. Poi lui se ne va a lezione e noi ce ne andiamo in centro a vedere il Big Ben, Westminster e poi Piccadilly Circus. Bellissima, un po' addobbata per Natale, con milioni di negozi. Entriamo in un negozio di souvenir, Cool Britannia. Mi sarei comprata tutto, c'era ogni genere di cosa, tazze, penne, quaderni, magliette, borse, cappelli e chi più ne ha più ne metta. Ci ha colpito molto un preservativo con scritto "Do you want to see my Big Ben?". Se le inventano tutte. Alle 5 avevamo appuntamento con S. a Waterloo per andare a vedere Harry Potter e i doni della morte all'IMAX. Una figata di cinema, uno schermo enorme, posti comodissimi. Insomma ogni altro cinema adesso sembra una cagata. Film a dir poco stupendo, anche se alcune battute non siamo riusciti a capirle. C'erano delle ragazzine vestite da Harry Potter, una addirittura da Malfoy. C'è stata anche una scena in cui tutto il cinema si è messo a piangere. Sensibiloni loro. Il film è finito verso le 8 e mezza, così abbiamo deciso di andare a King's Cross a farci la foto al binario 9 3/4 per terminare la serata in bellezza. L'unico problema era trovarlo questo binario. Non c'era! Sconsolati stiamo per andare via quando un gentilissimo signore ci indica dov'è. Eccolo là!Il carrello infilato nel muro. G. sembra un bambino per quanto gli brillano gli occhi. Ceniamo poi al Mc Donald's, dove mi tocca togliere il quintale di cipolla dentro il mio panino. Soddisfatti torniamo a casa, passando prima per la stanza di G. per fare il bucato prima della partenza. Et voilà! Ecco che c'è lo spogliarellista francese insieme alla sua ragazza. Presentazioni e poi giù con il cesto pieno di panni sporchi. Sono esausta, dopo la laundry mi metto il pigiama e crollo sul letto. Non mi accorgo nemmeno che G. torna di sotto a riprendere i vestiti che ormai sono asciutti. Nel mezzo della notte mi sveglio e non riesco a riprendere sonno. Mi appiccico alla schiena di G. che si gira verso di me e mi chiede:
"Are you ok?". Rimango un attimo perplessa. "Are you ok?" mi chiede di nuovo. "Ma perchè mi parli in inglese??" "oooh sorry" mi risponde. Ok, il mio fidanzato è andato. Mi dirà poi che pensava di star dormendo con una francese. Non indago oltre.
La mattina dopo ci alziamo tardissimo e G. si ricorda che non ha stampato la carta d'imbarco. Smart Boy. Prepariamo la valigia in fretta e furia e poi qualcuno bussa alla porta. Sono S. con Damien, il ragazzo di cui G. mi parla sempre. Finalmente do un volto al suo nome. Sembra molto triste, povero francese, gli dispiace che G. torna a casa. All'una e mezza siamo fuori con le nostre valigie, prendiamo la metro e poi a Victoria il treno per Gatwick. Arriviamo in aeroporto con un'ora di anticipo e decidiamo di passare subito i controlli così poi possiamo mangiare in pace. Faccio vedere la busta con i liquidi a un tizio che mi fa passare. Passo e mi ferma una tizia bionda che mi chiede di farglieli  vedere. Ma se il tuo collega mi ha fatto passare ci sarà una ragione no? Questa scema si mette lì a controllare i liquidi delle lenti, cercando non so cosa. Poi all'improvviso mi chiede scusa e mi fa passare. Contenta lei. Faccio vedere la carta d'imbarco e poi passo al controllo sicurezza. Non mi suona niente ma mi fanno il test dei liquidi e registrano il numero del mio volo. Quanti cazzi. Finalmente mi lasciano andare e recuperati G. ed S. ci prendiamo un panino all'italiana. Scopriamo che il nostro volo è in ritardo di 40 minuti, che poi saranno solo 10. G. fa uno scherzo a sua madre, dicendogli che il volo era stato cancellato. Povera donna. Alle 16.15 passate ci dirigiamo al Gate 17, altri controlli e poi finalmente in aereo. Giochiamo a una specie di indovina chi e alle 8 e mezza siamo di nuovo a Roma. La parentesi londinese è finita. Mi prende uno sconforto mentre passiamo per le vie verso casa. Lì era tutto perfetto, era tutta un'altra cosa. Qui ci sono i soliti ritmi, i soliti problemi, la solite routine. Mancano 5 giorni alla laurea di G. e poi partirà di nuovo. Sono stati 4 giorni meravigliosi insieme a lui. Avevo davvero bisogno di rivederlo. Non è cambiato niente tra di noi. Mi ha detto che sono stata coraggiosa a lasciarlo partire ma in realtà non c'è niente di coraggioso, c'è solo tanta fiducia. Chissà se un giorno quella città sarà la città dove vivremo. Anche se con G. ogni posto è un bel posto dove vivere.
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1 Response to "Day 55"

  1. Pivs Said,

    Che bel post lungo lungo :)
    Comunque "are you ok?" mi pare fosse stato durante la seconda notte non la terza quando hai dormito come un ghiro fino alle 8.

    Posted on 23 novembre 2010 alle ore 20:17

     

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